Fiume Po in secca, per Legambiente servono interventi strutturali e su scala sovraregionale

10 Lug, 2026

Rovigo, venerdì 10 luglio 2026                                            Comunicato stampa

Fiume Po in secca, per Legambiente servono interventi strutturali e su scala sovraregionale
Legambiente Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Lombardia intervengono sulla crisi del grande fiume

Un granchio blu spiaggiato sul letto in secca del Po, a 70 chilometri dalla foce. È forse l’immagine più emblematica della crisi che sta attraversando il fiume Po nel tratto Veneto, proprio in quel tratto d’Alto Polesine, che è stato recentemente riconosciuto come parte della Riserva della Biosfera Mab Unesco Po Grande. Certo il granchio blu è una specie aliena in grado di adattarsi anche a bassi valori di salinità, ma ritrovarlo nel Po in secca, su enormi distese sabbiose emerse a causa della scarsa portata in arrivo da monte e con il cuneo salino che ha superato ormai i 25 chilometri dalla foce, è un’immagine che ben rappresenta la crisi del grande fiume.

Al Delta non arriva più acqua, perché è saltato il regime idrologico di piogge e disgelo dei ghiacciai che lo alimentava come un tempo, mentre un modello agricolo sempre più vorace di acqua ha fatto il resto. Il progressivo abbassamento del livello del fiume e l’accumulo di carico organico e nutrienti derivanti da agricoltura, allevamenti e scarichi dei depuratori, che a differenza del primo non diminuiscono, portano ad una distrofia dell’ambiente fiume, con conseguente abnorme crescita di piante acquatiche e alghe e moria della fauna acquatica, con rischio per la conservazione della biodiversità del fiume.
La situazione è altrettanto critica nelle aree lagunari, le temperature elevate e l’assenza prolungata del contributo di acqua dolce dal fiume, effetti sinergici del cambiamento climatico in corso, trasformano le sacche in una vera e propria “pentola salata” naturale, mettendo in ginocchio il comparto della pesca e dell’acquacoltura, già provato dalla presenza del granchio blu.

La Regione Veneto nei giorni scorsi ha dichiarato lo stato di emergenza e ha emanato un’ordinanza sulla siccità, ma vedendo gli inefficienti irrigatori a pioggia in funzione in questi giorni sui campi di mais ancora accesi, non sembra che tutti l’abbiano colta. Quelle che un tempo si consideravano eccezionali condizioni di carenza idrica, sono ormai situazioni che si ripresentano con una frequenza tale da non poter più essere considerate eccezionali, ma strutturali. Il clima è cambiato e dobbiamo tenerne conto nella gestione di una risorsa vitale che è l’acqua. Non serve più intervenire quando l’emergenza è in corso; le limitazioni ai consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l’agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle nostre comunità.

È indispensabile intervenire in maniera strutturale sul tema della gestione idrica, e non solo nel periodo dell’emergenza, con interventi di ampio respiro e su scala sovraregionale, perché l’acqua del Po interessa quattro Regioni e se da monte se ne preleva troppa, al Delta non ne resta più” commenta Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto. “Serve accelerare gli interventi per contenere le perdite della rete acquedottistica, promuovere il riuso delle acque reflue depurate dove tecnicamente possibile, incentivare i bacini di accumulo (non solo sui grandi invasi, ma su piccoli invasi diffusi), adottare sistemi di irrigazione non dispersivi e rivedere le vocazioni territoriali rispetto a coltivazioni che consumino meno acqua, pena il collasso di economie ed ecosistemi locali”.


Di seguito il comunicato stampa nazionale:

Roma 10 luglio 2026                                                                                Comunicato stampa
 
Dal Po in secca ai grandi laghi in sofferenza idrica agli accumuli nevosi residuali in quota pressoché nulli e inferiori alla media: il Paese ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi
 
Legambiente lancia un appello e otto proposte al Governo e alle Regioni del bacino padano:
 “Occorre ripensare la gestione del bacino del Po e della risorsa idrica intervenendo a livello strutturale e non solo nel periodo dell’emergenza.
Chiediamo al Governo Meloni che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici?
 Le nostre otto proposte mettono al centro la tutela del fiume e dell’acqua: quello che si fa a monte influisce su quello che accade a valle”

 

Il fiume Po è sempre più in secca, insieme a lui anche i principali laghi della Penisola, mentre in alta quota gli accumuli nevosi residuali sono pressoché nulli e inferiori alla media. L’Italia, dal canto suo, ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi. A denunciare il “modus operandi” del Paese è Legambiente che lancia un appello al Governo e alla Regioni del bacino padano indirizzando loro otto proposte per una gestione strutturale del bacino del Fiume Po. Qui ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, sia dalle fonti superficiali che dalle acque sotterranee. Di questi, quasi il 75% è destinato agli usi irrigui; la restante parte, proveniente soprattutto dalle acque sotterranee, è per usi industriali e civili.
Legambiente chiede all’Esecutivo e agli organi istituzionali regionali più responsabilità e interventi strutturali a partire dall’approvazione definitiva del DPR sul riutilizzo delle acque reflue per combattere la siccità in agricoltura e dallo stanziamento delle risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici. Accanto a questi due interventi, è inoltre importante la piena integrazione dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici previsti dalla Direttiva Quadro Acque e, più in generale, mettere in campo una transizione agroecologica del settore primario (che tenga insieme la revisione degli ordinamenti colturali, la domanda irrigua, le pratiche agricole, valorizzando anche il ruolo dei suoli nella ricarica delle falde), definire una governance unica a livello di bacino per la gestione della risorsa idrica e una strategia che integri  infrastrutture (evitando nuove dighe e facilitando la realizzazione di piccoli bacini su scala aziendale),  gestione della domanda, Nature Based Solutions. Senza dimenticare quegli interventi che includono risparmio, economia circolare e tutela degli ecosistemi come ridurre le perdite delle reti, il recupero della capacità degli invasi esistenti, il ripristino degli ecosistemi fluviali e la capacità del territorio di trattenere l’acqua per la sua infiltrazione in falda. È importante, inoltre, portare avanti una politica permanente di informazione, monitoraggio, controlli e coinvolgimento di tutti gli utilizzatori della risorsa idrica. Ad oggi per l’associazione ambientalista le ordinanze di limitazione dei consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti e utili nelle situazioni di emergenza, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l’agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle comunità.
 
FOCUS DATI, Po, laghi e accumuli nevosi in quotaI dati del Po in secca sono sempre più preoccupanti: le portate del fiume sono inferiori ai valori medi climatici dello stesso periodo 1991-2020, con anomalie, per il mese di giugno, che superano il 60% per tutte le stazioni di riferimento. Le peggiori sono Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma anche Pontelagoscuro (-65%), Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%) presentano condizioni critiche. Pontelagoscuro in particolare è sotto i riflettori perché la portata registrata in questa stazione fa da campanello d’allarme all’ingressione dell’acqua del mare nel Delta. Attualmente la portata è di 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il cuneo salino nel Delta. Preoccupa anche la situazione dei grandi laghi della Penisola, che presentano altezze idrometriche inferiori alla media e che sono sempre più sotto pressione anche a causa di inquinamento e attività antropiche, come raccontato da Legambiente nel suo ultimo report “Laghi sotto pressione”. In alta quota intanto accelera la fusione dei ghiacciai: il valore complessivo dello Snow Water Equivalent (SWE, misura quanta acqua è contenuta nella neve accumulata) evidenzia accumuli nevosi residuali pressoché nulli e inferiori alla media, sempre secondo l’osservatorio ADBPO; dunque, le riserve naturali d’acqua immagazzinate nella neve sono ormai esaurite, riducendo il contributo alla fusione estiva che alimenta il Po e i suoi affluenti.
 
“La crisi climatica avanza e ne dobbiamo tenere conto nella gestione di una risorsa vitale come l’acqua. Il problema – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non è solo la scarsità d’acqua, ma il ritardo con cui il Paese sta adattando la gestione della risorsa a un clima ormai profondamente cambiato. Gli strumenti di pianificazione esistono – dai Piani di Gestione delle Acque al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) – ma la loro attuazione procede ancora troppo lentamente rispetto alla rapidità con cui evolve la crisi climatica. Che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici? Nonostante negli ultimi anni si sia investito nell’ammodernamento delle infrastrutture irrigue, anche attraverso interventi di digitalizzazione, telecontrollo, misurazione dei volumi e riduzione delle perdite, sostenuti anche dal PNRR, non abbiamo risolto il problema. È attivato il momento degli interventi strutturali e non delle iniziative spot, occorre fare di più”.
L’adattamento – continua Ciafani – non riguarda solo l’efficienza dell’irrigazione, ma il sistema agricolo nel suo complesso. Serve un cambio di paradigma che coinvolga anche la pianificazione degli ordinamenti colturali, la gestione della domanda irrigua, delle pratiche agronomiche e il ripristino delle funzioni naturali del territorio. Non è più sufficiente irrigare in modo più efficiente, ma serve adattare gli orientamenti colturali al nuovo quadro climatico, considerando che le disponibilità idriche per la stagione estiva non potranno mai più essere quelle del passato: se cambia il clima, deve cambiare anche l’agricoltura, che è anche la prima vittima della crisi climatica. Il tutto nella piena consapevolezza che non serve più intervenire quando l’emergenza è in corso, il grosso del lavoro va fatto prima”.
Legambiente ricorda, inoltre, che uno dei nodi strutturali della gestione della risorsa nel bacino del Po riguarda il sistema delle concessioni di derivazione, che in molti casi riflette esigenze storiche e dei singoli territori più che una pianificazione integrata a scala di bacino. Molte concessioni risalgono a condizioni climatiche e disponibilità idriche profondamente diverse dalle attuali e non sempre sono state riviste per tenere conto delle reali disponibilità e della necessità di garantire il deflusso ecologico dei fiumi (vincolo ambientale normativo), e dunque gli obiettivi di tutela degli ecosistemi. A conferma della problematicità della questione derivazioni, pesa sull’Italia la procedura d’infrazione (2027/2025) arrivata a gennaio 2026 per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque in quanto la normativa nazionale non prevede la registrazione di tutte le autorizzazioni per il prelievo o l’arginamento delle acque.
*quianche il focus regionale su Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna